Perché l’euro ci porterà alla rovina

Il caso della Grecia in questi giorni, ci ha lasciati tutti addolorati. Il parlamento greco ha varato una manovra lacrime e sangue, che negli anni futuri ridurrà notevolmente il livello di vita di questo popolo. Quello, però, che i mass-media hanno mancato di evidenziare è che tutto ciò non basterà. Secondo la maggior parte degli specialisti la Grecia non ce la può fare a rimborsare il suo pesante debito, anche perché è costretto a pagare alti tassi di interesse.

Non ce la farà anche per un altro motivo, questa manovra a causa dei tagli e delle maggiori tasse deprimerà ancora di più la domanda interna, aggravando la recessione. L’unica cosa che potrebbe salvare la Grecia è una “svalutazione competitiva”, puntando soprattutto su offerte per rilanciare il suo turismo. Purtroppo anche qui, a causa delle imponenti manifestazioni di piazza, dei disordini e degli scioperi che inevitabilmente si verificheranno d’estate, è calato il numero delle prenotazioni. La verità è un’altra, il turismo in Grecia non va eccessivamente bene perché, con l’euro, è diventata troppo cara. Una volta con la dracma le vacanze in Grecia costavano in media il 30% in meno che in Italia e gli italiani correvano in massa. Oggi continua ad essere una meta ambita, ma è sotto alle sue potenzialità, che si potrebbero, a nostro parere, raggiungere solo con una politica di prezzi bassi.

La terza cosa che non hanno detto i mass media è che dopo la Grecia, verrà il turno del Portogallo e poi dell’Italia. Non inseriamo nell’elenco L’Irlanda perché dopo il salvataggio delle sue banche che hanno portato il suo deficit alle stelle, riuscirà a recuperare, anche se a fatica. È certamente a maggior rischio la Spagna, ma è un paese ben organizzato, con buone banche, un buon sistema industriale, inoltre i suoi costi di produzione sono sensibilmente inferiori ai nostri, senza contare che il turismo costituisce una buona entrata per il paese iberico. Crediamo che anche la Spagna ce la può fare, anche se con molto affanno.

Le cose stanno diversamente per il Portogallo e soprattutto per l’Italia, su cui ci soffermeremo c’interessa in prima persona. L’Italia non ce la può fare per un motivo semplicissimo, il suo debito pubblico è davvero stratosferico, secondo stime attendibili sfiora il 126% del Pil. È vero il suo deficit è più basso che altrove, ma ciò ci dice soltanto che le cose non sono peggiorate in quest’ultimo tempi.

I motivi per cui vediamo un futuro nero sono diversi: per primo gli interessi sul debito pubblico pesano sui bilanci lo stato, come un macigno. Per secondo, è un paese fermo, non c’è crescita economica, un aumento del Pil, infatti, inferiore al 2%, significa stagnazione. Si può parlare di crescita quando si arriva almeno al 3%. I nostri economisti, ma anche affermati giornalisti, politici o industriali spesso si sono mostrati sorpresi di questi dati. Nonostante abbiano studiato in blasonate Università la maggior parte di essi non riesce a capire che il principale motivo di una crescita economica così bassa è il tasso di cambio. Oggi l’euro si avvicina a 1,50 per dollaro. In effetti è diventata una delle monete più forti del mondo, un forte freno alle nostre esportazioni. D’accordo paghiamo meno il petrolio e le materie prime, ma un turista americano ha bisogno di quasi 1600 dollari (considerando le commissioni bancarie) per avere in cambio € 1000,  che non sono sufficienti nemmeno per tre giorni per due persone. Per un brasiliano poi sarebbe un salasso. Ammettiamolo con l’euro l’Italia è diventato un paese turistico molto caro.

Per adesso ce la caviamo perché il nostro paese è uno dei più dotati dal punto di vista delle attrazioni turistiche, per le città d’arte, per i beni archeologici, per il mare e per le montagne. Per secondo, quest’anno si prevede un boom turistico, soprattutto perché paesi del Nord Africa sono bloccati a causa delle varie rivoluzioni, in Grecia si temono sommosse ecc., ma non sarà sempre così.

Un euro così caro, poi, è anche un vero problema per il settore primario, una bottiglia di buon vino italiano negli Stati Uniti non può costare meno di $ 12 dollari (per questo la maggior parte della gente sceglie vini californiani o cileni), il parmigiano reggiano in Brasile costa più di 100 reais al chilo, ossia un operaio col suo salario ne può comprare 5 – 6 chili, poi non gli resta nemmeno un soldo in tasca.

Non parliamo, poi, del settore industriale dove i nostri costi di produzione sono anche 10 volte più alti che in Cina, questo anche a causa di un’imposizione molto alta, di una burocrazia asfissiante, di scadenti infrastrutture ecc.. Un paio di scarpe fatte in Cina costano molto meno che prodotte in Italia, per questo gli imprenditori si spostano là.

Altri industriali hanno risolto il problema spostandosi nelle fasce alte, cioè specializzandosi nei prodotti di lusso. Ma anche questi sono a rischio. Sia i cinesi che altri paesi emergenti stanno migliorando sensibilmente la qualità delle loro merci. In secondo luogo gli italiani che possono permetterseli si riducono anno per anno. La gente ha sempre meno soldi in tasca, tra poco la scelta non si pone nemmeno: o comprano le scarpe cinesi o vanno scalzi.

L’altro motivo che ci induce ad essere pessimisti è che queste manovre per sanare i bilanci, hanno e avranno ancora di più in futuro, l’effetto di deprimere la domanda interna. Come si può rilanciare i consumi con i salari e gli stipendi bloccati fino al 2014, le pensioni ferme, l’occupazione in forte calo ecc.? Senza considerare che una buona parte dei lavoratori in Italia sono stranieri che mandano tutti i loro risparmi all’estero.

Tutto ciò non vale solo per l’Italia, ma anche per Grecia e Portogallo, tutta la politica economica europea è sbagliata. Queste manovre di austerità, le pressioni della Banca centrale per tenere bassi i deficit, i tagli alle finanziarie ecc. producono due effetti fortemente negativi: 1) Deprimono i consumi e quindi acuiscono la crisi 2)  Maggiore stabilità, conti economici in ordine ecc. rafforzano l’euro rispetto al dollaro, favorendo le importazioni. Cina e paesi emergenti hanno gioco facile, più l’euro è forte, più è facile sfondare sui nostri mercati. Tra poco compreremo tutto cinese, dalle scarpe, l’abbigliamento, ai prodotti industriali ecc.. Le auto cinesi non sono arrivate da noi solo perché il loro mercato interno assorbe tutta la loro produzione, ma una volta che l’avranno saturato, ci invaderanno.

I consumi interni non sono crollati fino adesso soprattutto perché abbiamo potuto contare sul risparmio delle famiglie, infatti i nostri politici hanno fatto pressione sull’Europa affinché tenessero conto che il nostro debito pubblico è in gran parte finanziato dagli stessi italiani. Siamo un paese di formiche, non solo meno indebitato degli altri, ma che può contare su più risparmi. Ma le buone notizie si esauriscono qui, dati statistici ci mostrano chiaramente che gli italiani risparmiano sempre meno. Secondo l’Istat nel 2011 meno del 5%  riesce a mettere da parte 6.000 euro all’anno, il minimo, se si ha intenzione di comprare casa. Non solo, ma moltissimi per non ridurre il loro livello di vita stanno mettendo mano a questi risparmi. Tra pochi anni la maggioranza di essi l’avranno finiti, anche in considerazione che la maggior parte dei giovani non lavora e che, quindi, tantissima gente dovrà sostenere i figli.

Una soluzione ai nostri problemi potrebbe essere la svalutazione competitiva, ma con l’euro non si può. Se, poi, a tutto ciò si aggiunge che abbiamo una classe politica “non adeguata” spesso corrotta e incapace di andare al di là dei giochi clientelari, si può capire che il nostro paese non ha un grande futuro. Un esempio di scarsa responsabilità è stata la finanziaria di pochi giorni fa presentata da Tremonti. Se fosse stata un po’ più pesante, ad es. se si fosse elevato leggermente il prelievo sulle rendite finanziarie, ridotto i costi della politica, eliminati certi enti locali inutili ecc., ci avrebbe potuto evitare una manovra finanziaria molto più pesante negli anni futuri. Ma ognuno pensa a lasciare la patata bollente al governo seguente e così come sempre “tiriamo a campare”.

Anche il nostro sistema democratico arranca, governi sempre in bilico, maggioranze che si fanno si disfanno, l’incertezza politica non certamente aiuta l’economia. Avremmo bisogno di un sistema elettorale che garantisce la governabilità, serie riforme come l’eliminazione di enti locali e di tanti carrozzoni inutili ecc., ma siamo il paese della mafia e del clientelismo. Non vanno avanti le persone più meritevoli, ma coloro che possono contare su sicuri appoggi politici. Per sessant’anni ci siamo arrangiati con una moneta molto debole: la lira, quando ci trovavamo in difficoltà, svalutavamo e andavamo avanti. Poi abbiamo deciso di prendere una moneta forte, per sentirci europei, per sentirci grandi, ma da allora sono cominciati i guai. Quanto tempo ci metteremo per capire che con l’euro non abbiamo un futuro, che ci attende una lenta agonia? D’accordo uscire dall’euro significherebbe almeno 2- 3 anni di lacrime e sangue, ma poi ci riprenderemmo, con ha fatto l’Argentina e potremmo di nuovo di tornare a parlare di sviluppo economico ed occupazione. Ma ciò non succederà, ci penserà prima l’Europa a buttarci fuori  o l’unione valutaria, sotto la spinta di movimenti nazionalisti che già stanno nascendo in molti paesi, finirà, lasciando il nostro paese quasi nelle stesse condizioni di certi paesi dell’est dopo il crollo del comunismo.

Gianni Gargione

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