L’argomento è molto controverso, la legge in America è molto chiara a riguardo: qualunque medico pratichi la cosidetta “morte assistita” è perseguibile dalla legge con l’accusa di omicidio.
Il caso in questione vede come protagonista il cinquantasettenne Tony Nicklinson, un imprenditore che ormai da sei anni è costretto alla completa paralisi del corpo, dal collo in giù, in seguito a un ictus che in una notte ha cambiato completamente la sua vita.
Capace di muovere solo gli occhi e di comunicare con il mondo grazie a una speciale apparecchiatura computerizzata che riconosce le lettere osservate dall’immobile paziente e così gli permette di comporre frasi che una voce elettronica riproduce per lui, Tony, padre di due figli, ha espresso più volte il suo desiderio di farla finita con questa “vita”.
In un comunicato molto toccante ha espresso pienamente le sue ragioni, è completamente incapace di muoversi, non può grattarsi per un prurito, non può soffiarsi il naso, non può nutrirsi se non tramite un tubo che lo alimenta due volte al giorno, non ha più la libertà di lavarsi da solo, ha completamente perso una qualunque forma di privacy o, a detta sua, di “dignità umana”.
Certo questo non è il primo caso di cui i giornali o i mass media ci informano, e come per tutte le altre volte la complessità dell’argomento è molto alta.
La vita è indubbiamente un dono prezioso, ma una vita che non può essere vissuta a pieno, costretti a uno stato vegetativo, come nel caso del signor Nicklinson, può davvero essere considerata un dono? O piuttosto una tortura?
Toccherà al tribunale decidere quale sarà il suo destino.



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Data: 04 giugno 2012



