La sfida di Obama: pace in un anno tra Israele e Anp. Appuntamento con la Storia.
Appuntamento con la Storia, fin troppe volte rimandato, “tradito” e strumentalizzato. E ora si presenta l’ennesima occasione, per molti decisiva, per altri una nuova “illusione”. Che sia un passo verso la pace o un passo nel vuoto, sarà, comunque, una nuova sfida, quella si, del Presidente Obama, insignito mesi fa del primo Nobel “preventivo” per la Pace della storia.
Una fiducia accordata, una speranza, probabilmente la sola, per le sorti del Medio Oriente e non solo. Perchè in gioco, ed è oramai un dato di fatto, non c’è solo la pace fra israeliani e palestinesi. In gioco c’è la stabilizzazione di un’intera area, la più calda del mondo. Una polveriera pronta ad esplodere in una serie di conflitti, ritorsioni di stato, minacce, prove di forza. E’ da decenni, dopo la Guerra dei Sei Giorni, che il mondo attende la risoluzione di un conflitto che, a scanso di equivoci, ha la possibilità di far scemare o innalzare la tensione intorno a mondi contrapposti, fortemente ideologizzati, mondi soffocati dalla paura, popoli divisi in un’eterna lotta per la sopravvivenza e, in alcuni casi, per la supremazia dell’area.
E così, a vedere l’incontro notturno fra Obama, Abu Mazen e Netanyahu, ritorna in mente, prepotentemente, un’altra immagine, che fa parte dell’album dei ricordi della Storia “mancata”, offesa e vituperata: la foto di una stretta di mano a Washington, una stretta di mano che alimentò le speranze del mondo intero prima dell’ennesima tragedia. E ricordare lo storico leader palestinese Arafat, l’allora Presidente Americano Bill Clinton e il Premier israeliano Yitzhak Rabin a Washington, quel lontano 13 settembre del 1993, ci invita a pensare che il percorso per la pace sarà, ancora una volta come sempre, stretto e tortuoso. Sono cambiati i protagonisti, è vero: Rabin fu barbaramente ucciso (e con Lui morirono i “negoziati”), Arafat morì da “isolato” in Patria, anni dopo. Il filo conduttore, tuttavia, è la famiglia Clinton. Allora fu Bill il Presidente a mettere attorno ad un tavolo, seppur incandescente, i due mondi contrapposti. Ora tocca ad Hillary, Segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, a mediare e rilanciare un processo difficile ma fondamentale per le sorti di conflitti e tensioni in ogni parte del globo.
E’ l’occasione giusta, sostiene Obama, <<perchè entrambi (Abu Mazen e Netanyahu) vogliono la pace>>.
«Possiamo arrivare alla pace in Medio Oriente in un anno. Israeliani e palestinesi non devono lasciarsi sfuggire questa opportunità». E’ questo l’obiettivo dichiarato, forse incautamente e con un pizzico di “innocente ingenuità”, dallo stesso Presidente Obama. Tante e ampie, tuttavia, sono le distanze che separano i due leader e i loro popoli. Diverse, ma comunque importanti, le questioni da risolvere: dagli insediamenti israeliani nei territori occupati (sospesi dalla moratoria di dieci mesi fa fino al prossimo 26 settembre), alla questione Gerusalemme, capitale divisa e contesa, con i suoi luoghi di culto simboli identitari per entrambi i popoli. Senza dimenticare, inoltre, il Muro israeliano, quello della vergogna e dell’apartheid “mascherato”, che divide i contadini dai propri campi, i campi dalle riserve d’acqua e dai mercati, i cittadini dagli ospedali, i giovani studenti dalle scuole. Tanti nodi da sciogliere e che potranno risolversi solo con un compromesso che tolga comunque, ad ogni parte in causa, un “pezzo” di propria sovranità.
Dopo l’annuncio della fine della guerra in Iraq, Obama lancia, quindi, al mondo, una nuova sfida, ben più complessa. La speranza, tuttavia, quella che non tramonta mai, è che la pace sbocci e si riaffermi nella coscienza collettiva di israeliani e palestinesi, molto prima che sul tavolo dei negoziati. Che sia una pace costruita e non imposta.
Emanuele Ameruso





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Data: 02 settembre 2010



